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2014

Errori, panchina e addio imminente: il Ranocchia che non c’è più. Oggi…

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Neanche un anno, ma sembra un’eternità. 19 gennaio 2014, ore 15: l’Inter sembra rinunciare al proprio difensore. Quasi definitivamente. I nerazzurri scendono in campo al Luigi Ferraris contro il Genoa, perde 1-0 con il gol di Antonelli a 7′ dalla fine e torna a Milano con l’ennesima prestazione complicata della stagione. In campo dal primo minuto lui non c’è, e non lo vedrà per l’intera durata del match, perché il suo posto – come spesso capita in quel periodo – è la panchina. Ore 17.30, pieno post-partita. È demotivato, triste e anche arrabbiato, perché il Mondiale brasiliano è vicino e le carte da giocare sempre più in calo. Questo è il punto più basso della sua storia all’Inter, ma la risalita decisiva verso Mondiale (sfumato solo al fotofinish), permanenza a Milano, maglia da titolare, fascia da capitano e rinnovo ormai prossimo, sarebbe ripartita poco meno di due mesi dopo. Palacio decide, lui stoppa il Torino. Partita super, Mazzarri conquista i tre punti e ri-conquista il suo difensore: Andrea Ranocchia versione 2.0 ha inizio proprio in quel pomeriggio di marzo.

Finale di campionato, quello scorso, in crescendo, tanto da meritarsi la pre-convocazione per volare in Brasile, salvo poi anticipare il rientro in Italia, evitando la disfatta azzurra. Traguardo, comunque, inimmaginabile (come da lui stesso ammesso) fino a qualche mese prima, segno di una ripartenza immediata. L’Inter getta le basi nel primo anno targato WM, arriva quinta in campionato garantendosi il pass per il play-off di Europa League in vista di una stagione che si annuncia importantissima per tutti. Anche per lui. Ma prima c’è Pinzolo. Ritiro estivo pre-season importante, per costruire un’immagine da capitano, ruolo pesantissimo dopo che per una vita fascia e responsabilità sono appartenute al 4 di un certo JZ. Forse un po’ goffo all’inizio, soprattutto nelle dichiarazioni, perché neanche lui riesce a comprendere da subito l’importanza di un’investitura del genere. Alla ricerca della cattiveria agonistica, dell’intervento deciso e di un sorriso da limitare, almeno in campo. Ma alle porte di ottobre si può dire che il processo da ‘incattivire’ stia andando nella giusta direzione. Senza dimenticare prove e prestazioni che hanno convinto.

Da molti reputato capitano solo ‘sulla carta’, con un Vidic leader morale e tecnico, il numero 23 nerazzurro sta rispondendo sul campo con partite che – giudizi alla mano – parlano chiaro: doppia prestazione molto convincente contro lo Stjarnan (avversario mediocre, doveroso ammetterlo), sufficienza a Torino nonostante la velocità della coppia Quagliarella-El Kaddouri, ottima gara contro il Sassuolo senza Vidic squalificato, out a Kiev contro il Dnipro, il ‘meno peggio’ dei tre difensori a Palermo, argina Bianchi contro l’Atalanta e assenza nel tracollo interno contro Zeman di domenica pomeriggio. Insomma, i numeri sono dalla sua parte. Forse azzardate le parole pre-Cagliari che hanno messo scudetto e ‘massimo in tutto’ nel mirino, ma da capitano comprensibili tali pensieri. Difende Mazzarri (con il quale non sono certamente mancati momenti bui) e conquista la Nazionale, con un tecnico che non lo hai mai abbandonato, nonostante colori troppo distanti e così diversi, ma che lo ha stimato. Sempre. Perché Conte non rinuncia mai al proprio ‘pupillo’. Un giocatore che per l’Inter di oggi vale come un nuovo acquisto.

Galatasaray, Premier League, Juventus e Bundesliga: realtà affascinanti, ricche e intriganti, ma che lui non ha ‘sposato’. Meglio soffrire, in silenzio, lavorare e ripartire. E ora tristezza, demotivazione e sirene estere appaiono tanto lontane. Al contrario di un rinnovo ormai prossimo, che “Vorrei a vita”, come ammesso nell’ultima conferenza stampa. Forse è ancora presto per sbilanciarsi, ma la situazione sembra chiara: il nuovo 23 oggi sembra già fondamentale.

articolo da Fcinternews.it (Francesco Fontana)