ott
13

2016

Sembra che all’Inter non abbia vinto solo io…

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Ecco la mia intervista al Corriere della Sera:

Per tutto quello che le è successo in carriera, diceva. Per esempio?
«Sono retrocesso dalla B alla C con l’Arezzo di Conte. Ho iniziato a giocare negli anni del nonnismo pesante in spogliatoio, mentre ora è quasi sparito».

Ah sì? E chi sono stati i suoi «persecutori»?
«Carrozzieri, Abbruscato e Mirko Conte nell’Arezzo, avevo 17 anni e come se non bastasse andavamo a giocare in campi terribili: l’Arezzo era la squadra più a nord del girone. Poi ho vinto un campionato di serie B col Bari, sempre di Conte. Ho giocato in nazionale. Ho vinto una Coppa Italia con l’Inter, nel 2011. Sono stato indagato per scommesse e sono stato assolto. Sono stato capitano dell’Inter…».

Lei invece non lo è più nell’Inter. Perché?
«Non c’è stato un motivo, sono tante cose, ma non mi va di dirle adesso. Forse a fine carriera. Ecco, aggiungiamo all’elenco che da capitano dell’Inter ho smesso di esserlo».

Colpa di Mancini?
«No, con lui non ho mai litigato. Con me si è comportato bene, abbiamo sempre parlato molto, mi ha dato il via libera per andare alla Sampdoria quando volevo giocare ma è stato felice che tornassi all’Inter».

Ma avevate capito che se ne sarebbe andato?
«Sì, in ritiro si intuiva che si era rotto qualcosa».

Ed è arrivato De Boer. Cos’è cambiato?
«Ha introdotto regole ferree. Come per esempio pranzare qui, tutti insieme, prima delle partite. O far colazione se c’è l’allenamento al mattino. E poi tornare qui a dormire dopo la partita. Sembrano cose piccole, ma fanno moltissima differenza».

Siete anche una squadra che fa più possesso palla, che ha spostato di molto in avanti la propria posizione, ma che è anche più lunga e fa molti più cross. Ve lo ha chiesto esplicitamente De Boer?
«È un modo di stare in campo che viene automatico, perché vogliamo aggredire dall’inizio».

Allenamenti più intensi, dunque?
«Più che l’intensità degli allenamenti o anche in partita, con questo modo di giocare è più importante la tecnica. Lo vediamo negli esercizi di base che De Boer ci fa fare in allenamento».
Beh, i piedi buoni all’Inter quest’anno non mancano.

Chi sono i giocatori che nei suoi anni di Inter l’hanno impressionata di più?
«Quelli del Triplete, con cui ho giocato nei primi sei mesi del 2011 erano – tutti – di un’altra categoria psicologica e tecnica. A parte loro, direi Coutinho e Kovacic».
La domanda viene automatica…
«Anche la risposta: diciamo che in Italia non sappiamo tanto aspettare i giovani, ecco».

Lei invece è ancora all’Inter. Dopo avere esordito proprio a San Siro, col Bari, nel settembre 2009.
«Sì, contro la squadra che avrebbe fatto il triplete. Ma quel giorno a Mourinho facemmo venire un gran mal di testa…».

In panchina c’era Ventura.
«Uno dei miei due padri calcistici insieme a Conte. Hanno la stessa idea di calcio e identico modo di preparare le partite».

Quindi sono diversi solo per come li vediamo in panchina?
«No, il calcio di Conte è più meccanico, quello di Ventura più ragionato. E più da ragionare per chi lo gioca. Ma sono facili entrambi».

Quindi, ora che dopo Conte c’è Ventura, lei non ha smesso di pensare alla Nazionale.
«Sì, ma non è un’ossessione. È una possibilità».

Mentre l’obiettivo vero è?
«Che tante persone mi prendano da esempio. Non solo e non tanto per i successi, i gol, i salvataggi, i tackle. Ma per quello che ho fatto nel calcio dal punto di vista della voglia di reagire, di non farsi abbattere. E vorrei che l’esempio servisse anche a chi fa altri lavori».

Come lo vede il futuro?
«Positivo. Ovviamente».